Italrugby: è il momento di fare un passo indietro, o forse no!

Ph. Massimiliano Carnabuci

Ph. Massimiliano Carnabuci

 

Due sconfitte pesanti, due sconfitte senza appello, due sconfitte che fanno forse più male del previsto. Eh sì, perché l’impresa del Franchi, contro il Sudafrica, ci aveva fatto sperare che quel famoso processo di cambiamento iniziato con Conor O’Shea fosse già compiuto, che le parole del nuovo tecnico e dei senatori, con i loro appelli alla calma non fossero nient’altro che parole di circostanza, un eccesso di prudenza per mettersi al riparo dalle brutte figure. E invece, aveva ragione Conor. Il cammino è lungo e ne eravamo consapevoli, o almeno avremmo dovuto esserlo. Eppure le sconfitte contro Galles e Irlanda hanno fatto più male del previsto. Nel match d’esordio, dopo la sofferenza iniziale, l’Italia ha retto un tempo o poco più. Poi è arrivata la valanga di falli e i Dragoni d’oltremanica hanno trasformato in un successo una partita che, a fine primo tempo, li vedeva sotto per 7 a 3. La partita con l’Irlanda, invece, di fatto non è mai iniziata. Dagli spalti si aveva l’impressione di assistere al classico team run del venerdì, con la squadra titolare al gran completo e le riserve in continuo sotto numero, come se mancassero almeno un paio di giocatori. Sì, perché Earls da una parte e Zebo dall’altra (per non parlare di Gilroy e della sua tripletta in poco più di trenta minuti) erano sempre in superiorità. Una partita che ti fa anche un po’ vergognare di fare questo sport, perché 9 mete sono tante, perché 9 mete le prendi in un’amichevole precampionato contro una squadra di un paio di categorie superiori, non di certo al 6 Nazioni.

Ma adesso? Quindi, adesso, che si fa? Prima ancora che si facessero sentire le sirene dall’est, da Tblisi e da Bucarest, oppure dal Nord, dalle Isole Britanniche, ad invocare l’esclusione della squadra azzurra dal torneo più antico del mondo, questa volta, in modo più convinto del solito, queste sirene sono suonate in casa nostra. La tentazione più forte, dopo una batosta del genere è quella di mollare il colpo, di darsi per vinti, di smettere di giocare a fare gli eroi, di rottamare i nostri top player e il nostro management sportivo e di tornare nella mediocrità di un livello inferiore, tornare a giocare contro le Nazionali alla nostra portata e tornare a vincere. Sì, vincere. Perché perdere alla fine fa schifo a tutti. Fa schifo ad O’Shea che in conferenza stampa dice di odiarle “giornate come queste”. Perdere fa schifo a Capitan Parisse che si esprime con parole da vincente quando dice che lui la testa non l’abbassa, che sogna di vincere il Sei Nazioni, non di ben figurare, che sogna di cambiarlo una volta per tutte questo rugby italiano, senza alibi, senza scusanti e senza spallucce di chi dice “noi siamo questi, pazienza”. Perdere fa schifo a Simone Favaro, che non ha bisogno di essere il capitano per essere un capitano, che dice che chi molla non ci ha capito nulla di questo sport e che se vogliamo davvero cambiare il rugby dobbiamo accettare la gloria del Franchi e gli schiaffi dell’Olimpico e “tirar fuori i coglioni”. Perdere fa schifo a tutti, a chi parte dal profondo nord e dal profondo sud per sostenere gli Azzurri per poi ritornarsene a casa con le pive nel sacco. Fa schifo a tutti i rugbisti che il lunedì, ma anche il martedì e il mercoledì dovranno sorbirsi gli sfottò idioti di chi questo sport non l’ha mai capito e allora “ma che cosa ci giochiamo a fare, che tanto non è per noi”. Perdere fa schifo anche ai 23 giocatori che vanno in campo, sapendo di dover fare un’impresa e che probabilmente l’impresa non basta. Perché il rugby è uno sport vero e spesso la verità fa male. Perché questa Nazionale non gioca con squadre alla portata, questa Nazionale sfida sempre i migliori, sfida sempre i più forti e nel rugby il più forte vince, sempre. Perché nel rugby puoi dare tutto per 70 minuti, puoi tenerti aggrappato al risultato fino a 10 minuti dalla fine, ma se chi hai davanti ne ha di più alla fine ti devasta. Non c’è catenaccio, non c’è possesso palla, non c’è palla lunga e pedalare. Non ci sono trucchi nel rugby, solo duro lavoro e sofferenza e, spesso, non basta. Non basta perché se le gambe degli avanti non spingono più perdi tutte le mischie, se il cervello dei tre quarti è in debito di ossigeno regali palle su palle agli avversari, perché se davvero non ne hai più e Paddy Jackson ti fa l’ennesima x tu te la bevi o fai finta di farlo sperando in una finta, perché la forza di far perno sulla gamba esterna e di prendere il giocatore che taglia davvero non ce l’hai più né nei muscoli né nella testa. Per battere l’Irlanda che ha battuto chiunque nel 2016 ci devi giocare contro, devi prendere 63 punti se serve, ingoiare il boccone amaro e riprometterti che la prossima volta, se sarà ancora sconfitta, i punti saranno 50, poi 40, poi 30, poi 20… e magari se ne prendi solo 20 e sei riuscito a farne 21 ti sei portato la partita a casa e a fine partita ti bevi la birra più buona del mondo. È vero perdere fa schifo, ma vincere contro la Spagna, il Portogallo, la Serbia e la Germania è davvero così soddisfacente? Vogliamo davvero recitare la parte della vecchia rock star in declino che canta alle sagre di paese per sentirsi ancora viva? Tenetevi pure il ranking, tenetevi pure le vittorie facili, perché noi oggi ci teniamo le sconfitte, ci lecchiamo le ferite e ripartiamo. Ripartiamo da Parisse, da Favaro, da Mbandà e da Campagnaro. Ripartiamo dal sogno del Capitano, perché un giorno lo vinceremo questo Sei Nazioni, o moriremo provandoci.

Giuseppe Prontera.

Italrugby: è il momento di fare un passo indietro, o forse no!ultima modifica: 2017-02-15T09:53:56+00:00da pro276
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